Concetti impliciti

Ritorno alla carica con un nuovo articolo, e quindi con un nuovo concetto (anche bello lungo e “corposo”, passatemi il termine).

Dunque dunque, partiamo dall’inizio… Tutti noi nel corso di ogni giornata della nostra vita esprimiamo a parole affermazioni, domande, risposte, risate, domande retoriche, condite con tutto un insieme di toni diversi, e accompagnate da una quantità incredibile di gesti corporei e della posizione che occupiamo nello spazio.

Sapete come la maggior parte della comunicazione, nell’uomo, avviene per via non verbale, e che buona parte di quella verbale avviene solo grazie al tono della voce. I messaggi inviati da noi alle altre persone sono composti da ben più che dalle solite 26 lettere.

Ma ci rendiamo mai conto dei messaggi che realmente inviamo?

Voglio dire, se una persona ti chiede “come stai?” , la sua intenzione è tutt’altro che comprensibile solo dalle parole: se è detto con un tono di provocazione è inteso come una presa in giro, se detto con tono colpevole indica un senso di colpa, se detto con superficialità significa che la persona non è davvero interessata alla risposta, e cosi via (esistono milioni di esempi possibili).

Ma quando tu rispondi alla domanda, sei certo di ciò che stai dicendo? Tralasciando per un momento il problema dell’incomprensione, in cui l’altro fraintende il tuo messaggio (che può succedere benissimo), sei sicuro di non fraintenderti tu stesso? Magari dici “bene” , ma in realtà non stai bene, vuoi solo evitare che quella persona faccia ulteriori domande. Oppure ti lamenti della tua vita, solo perché vuoi attenzioni e lamentandoti ottieni quello che vuoi. Oppure ti arrabbi con chi ti ha fatto la domanda, perché non vuoi che gli altri vedano la tua debolezza, e pensi che se te l’ha chiesto vuol dire che si vede.

Voglio dire, e qui arrivo al punto cruciale: che cosa stai REALMENTE dicendo? Quante idee implicite trasporta una sola tua frase, ma anche un tuo semplice gesto?

Altro esempio: “Tizio mi fa proprio incazzare! non si sopporta, mi fa sempre perdere la pazienza, mi fa sentire un idiota! che bastardo che è… ci si diverte a farmi star male, lo so!” .

Analizziamo questa frase. Innanzitutto, la persona che parla crede che Tizio voglia farla stare male: infatti dice “ci si diverte”, intendendo che è il suo obbiettivo. Poi, esiste l’odio, che porta la persona a dire che Tizio è un bastardo, perché provoca in lui una sensazione di stupidità (e scrivo “provoca” proprio perché riguarda il soggetto, non Tizio). Infine, la persona in questione attribuisce a Tizio la sua visione di Tizio, sostenendo che non si sopporta (definendo quindi una sua caratteristica innata, come dire che il fuoco scotta o che l’acqua è bagnata).Quarto punto, il più importante, la persona attribuisce a Tizio la causa della sua rabbia, scrollandosi di dosso, in un certo senso, la responsabilità delle sue azioni da arrabbiato. Affermando questo, egli implicitamente afferma, inconsciamente: “non sono abbastanza forte per resistere a te, infatti sono controllato dalle tue azioni, perciò considero te più forte di me”.

E’ evidente quindi come, dietro ad una frase cosi semplice, sia in realtà presente uno scenario molto complesso, che affonda le sue radici nella psiche di una persona, nel suo inconscio. Frasi come “la separazione della nostra famiglia è stata colpa tua!” o “il fallimento della nostra relazione è stata colpa tua!” o ancora “sono i miei professori che non mi danno quanto merito, sono loro ad essere stupidi, non è colpa mia” , sono tutte frasi che veicolano implicitamente un forte senso di debolezza, di inferiorità.

Il messaggio in generale è ” non sono abbastanza forte per occuparmi della mia vita”, che se unito ad una buona dose di paure e certezze senza fondamento, costituiscono tranquillamente il ritratto dell’uomo medio a livello mondiale.

Prima parte conclusa. Ora arriva il bello.

E allora come si fa a sfuggire a questo meccanismo di debolezza? Semplice (è un modo di dire, eh): ricorrendo alla LOGICA.

Esatto. Logica. Dire cose vere. Se una sera hai mangiato troppo e hai mandato all’aria la tua dieta, è logico pensare che sia stata “colpa degli amici che mi hanno invitato”, o “colpa dei menù troppo invitanti” o “colpa di mio marito che ha voluto stare a casa, e cosi non mi ha fermato mentre mangiavo troppo”? No. Logico sarebbe dire che “ho mangiato troppo perché non so resistere alla tentazione del cibo, poiché questo è una mia debolezza”.

E se vi pare brutto affermare cosi spudoratamente una propria debolezza, provate a farlo: osserverete come la reazione successiva è un cambiamento, volto ad eliminare quella debolezza. Si chiama CRESCITA.

Se la tua vita non ti piace o non ti soddisfa non è colpa di tua moglie, del tuo capo, delle tasse, degli amici che non si fanno sentire, degli immigrati, delle zanzare, del tuo corpo che ingrassa, della gente che “non capisce niente”, di quello che andava piano al semaforo, dei politici, dei mafiosi, dei vegani, dei maschilisti, dei soldi, del lavoro di merda che fai, dei tuoi genitori, dei tuoi figli eccetera.

E’ colpa tua. La vita è tua. Ed essendo tua, sei tu che hai scelto, ogni istante, come costruirla. Se hai affidato la tua vita a qualcuno perché non avevi voglia di prendere in mano le redini di te stesso, la colpa è tua. Anche perché, in effetti, è un accordo mai espresso: l’oggetto del tuo “è colpa di” non percepisce affatto di essere il cavallo trainante della tua vita, ne la causa delle tue azioni. E’ un po come se Marco, che indossa le cuffie, si incazzi quando, cantando ad alta voce un pezzo della canzone che sta ascoltando, Matteo a fianco a lui non continua: Matteo non sente la musica di Marco. E ovviamente Matteo non comprende il motivo della rabbia di Marco.

Ora, l’obbiezione classica sarebbe che ” se io non possiedo le gambe, è impossibile per me riuscire a correre come quando le avevo: dunque, se mi lamentassi di questa cosa, nessuno potrebbe dirmi che è colpa mia, poiché io non ho colpa” . Logico, dunque vero. Ma altrettanto logico è chiedere “perché ti interessa correre come prima?”(attenti a chi direbbe che la domanda è scontata: la risposta che voi date per scontata potrebbe non essere vera per l’altro, o addirittura non esistere affatto) . Ecco, qui la risposta fornirebbe una motivazione più profonda, come “perché voglio sentirmi libero” o “perché voglio tornare a giocare con i miei cani, che vorrebbero correre con me” , oppure meno profonda, come “perché inconsciamente non riesco a perdonarmi il fatto di aver perso le gambe in un incidente stradale perché guidavo ubriaco, come tante altre volte”. oppure ” perché i miei amici mi prendono in giro su questa cosa” eccetera.

Quindi è facile notare come il motivo delle lamentele non sia il non poter correre, ma una motivazione diversa, non legata alla perdita delle gambe, ma alle sensazioni vissute da chi parla: il tema del correre e delle gambe non è che una frase, che nasconde il vero concetto implicitamente. E tali concetti, siccome sono del tutto interiori, possono essere ottenuti sempre. Nessuno può portarti via la libertà, se non te stesso. Nessuno può impedire che i tuoi amici ti deridano, se non tu, ascoltando quegli insulti con uno sguardo logico (eccola che ritorna) e riconoscendo l’aria vuota dai consigli utili (ne riparlerò in un’altro articolo). Nessuno può perdonarti per ciò che hai fatto a te stesso, se non tu, iniziando un cambiamento in te.

Può sembrare un’idea dura e fredda, e forse lo è, ma finora è quello che ho trovato osservandomi. Credetemi, è una sensazione molto piacevole: credo sia la vera libertà.

(p.s. come già detto in un’altro articolo, torno a ribadire il vostro imperativo compito di dubitare di quello che ho scritto, perfino dei punti e delle virgole. grazie della cortesia.)

(p.p.s. scrivete nei commenti le vostre idee, discutere non fa mai male.)

(p.p.p.s. scrivere “a voi” mi fa strano. in realtà io sono solo, e tutti quelli che leggeranno il mio articolo saranno soli. altra idea su cui riflettere.)

 

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