Distorsioni da filtraggio

Se avete discusso con molte persone finora nella vostra vita, avrete probabilmente vissuto delle situazioni di incomprensione. In realtà, vivete perennemente, ogni istante della vostra vita, una situazione di incomprensione.

Mi spiego meglio, dai.

Allora, partiamo dall’inizio: quando tentate di esprimere qualcosa, lo fate attraverso le vostre conoscenze e abilità. Prendete quindi quello che volete esprimere (un pensiero, un emozione, un concetto ecc… ) e lo “rappresentate” in pratica, usando parole che conoscete e di cui sapete il significato (o meglio, che avete associato ad un pensiero precedentemente). Per farvi un esempio: se penso ad un cane, io dirò la parola cane. tuttavia questa parola è priva di un significato prestabilito, non veicola nessun significato. E’ semplicemente un suono, a cui noi affibbiamo un significato (un pensiero, un emozione e cosi via).

Questa parola (cane) viene poi agganciata ad altre parole/significati , come ad esempio peloso, amichevole, grande, ma anche(appunto, varia da persona a persona) piccolo, pericoloso, denti aguzzi, domestico, sporco e cosi via.

Quindi, ricapitoliamo: il nostro cervello aggancia significati a parole, immagini, e anche a concetti astratti, in maniera ramificata, dando a quella determinata parola/immagine/concetto un senso, che da ora in poi verrà utilizzato (o modificato, se necessario) in ogni contesto in cui verrà richiesto l’utilizzo di quel determinato pensiero/immagine/concetto .

Quindi, tornando all’esempio di prima, se vedo un animale e vengo a sapere che si chiama “cane” , da quel momento in poi per me “cane” sarà ciò che ho visto, sarà un concetto, un significato.

Ma allora, dove sarebbe l’incomprensione ?

L’incomprensione sta nel fatto che siamo talmente abituati a collegare un pensiero/immagine/concetto con il suo corrispettivo senso, da omettere il soggetto ed identificarlo con il senso, direttamente.

Se dichiaro, in base alle mie esperienze, che la felicità è X ( inteso come un significato, un senso che io gli ho dato) quando sperimenterò la sensazione Y, che mi rimanda al senso X, dirò (o penserò) “sono felice” . Se poi vado a collegare al concetto di “felicità” il concetto di “piacere” , o magari di “sofferenza ” (nel caso dell’assenza di felicità) , collegherò questi concetti (e i loro rispettivi sensi) non alla felicità , che non esiste se non come significato, come concetto astratto, ma al suo senso X, andando a formare una rete sempre più complessa.

Quindi, quando sperimenterò la sensazione T (tristezza), la assocerò ad una assenza di sensazione X (felicità). se poi la sensazione T è dovuta ad un evento che mi capita, io dirò che quell’evento mi rende triste, secondo i concetti da me immagazzinati nel corso della mia vita riguardo alla tristezza e alla felicità.

Se tutto ciò vi sembra privo di senso, o stupido, provate ad immaginarlo in maniera più complessa: immaginiamo che una persona (il signor Rossi) associ la paura di parlare in pubblico con il termine “timidezza” , o con il concetto I. quando un altra persona (signor Verdi, diciamo) gli dirà (si, il problema viene con lo scambio con altre persone) che chi è timido lo è perché è un codardo (a sua volta, questa persona associa un concetto da lui vissuto in passato al significato P , che lui chiama timidezza, ma potrebbe essere invece davvero paura, o anche rabbia) il signor Rossi crederà di essere un codardo, in quanto timido, mentre la sua magari era solo una sensazione di inadeguatezza (che invece potrebbe aver associato ad un altro significato R).

Risultato? il signor Rossi crede di essere un codardo, mentre invece ciò che sente è solo  inadeguatezza. Viceversa, il signor Verdi crederà di non essere una persona timida, perché non prova la sensazione P, che lui ha associato alla timidezza, mentre invece potrebbe trattarsi di rabbia (rendendolo una persona “calma” , non “estroversa”) . quindi entrambi chiamano “timidezza” qualcosa che non lo è ( sebbene, come ho già detto, non esista una definizione di timidezza, in quanto “timidezza ” di per se non ha significato, se non quello che gli diamo noi) .

(a questo punto mi accorgo di aver scritto un articolo interminabile e di essere solo a metà delle cose che vorrei dire, quindi rifletto se continuare o tagliar corto) 

(decido di continuare, tanto il poema ve lo sorbite voi )

Ok, abbiamo appena cominciato. Tornando alle incomprensioni, abbiamo (spero) capito come due persone possano chiamare con lo stesso nome due sensazioni diverse, formando un incomprensione diciamo “esterna” , ossia legata al rapporto con gli altri.

Tuttavia, il signor Rossi (che vi ricordo associa la sensazione di inadeguatezza I alla parola “timidezza” )  potrebbe trovarsi, durante una lite tra due suoi amici ad esempio, a sperimentare la sensazione I , che lui quindi chiamerà timidezza. in questo caso, egli aggiungerà nella sua mente il concetto/pensiero “quando gli altri litigano, mi rendono timido ed introverso”, che andrà a comporre la tela nella sua mente. questo potrebbe essere definito “errore di denominazione derivato” (si, mi piacciono i paroloni) in quanto il signor Rossi crede una cosa che è vera, ma che lui chiama nella maniera errata (dico “errata” solo perché abbiamo stabilito che la sensazione I è inadeguatezza: ovviamente, il signor Rossi non lo sa, e non c’è nessuno che possa confermare che lui sia in errore) .

O ancora, il signor Rossi potrebbe associare ad una sensazione P (che noi ora chiamiamo come paura, ma sappiate che il termine paura non è collegato in alcun modo alla sensazione P se non da noi stessi, individualmente) al concetto di “rabbia” . Ora, se durante un evento il signor Rossi sperimenta la sensazione P, si dichiarerà “arrabbiato”, ma se dovesse sperimentare una sensazione simile alla sensazione P (come ad esempio l’ansia) egli potrebbe dichiararsi nuovamente “arrabbiato” . questa potrebbe essere definita come incomprensione “interna”, ossia dovuta solo a se stessi, senza l’intervento di altri.

E’ evidente, quindi, come tutto ciò che classifichiamo dentro un significato (sia un pensiero, un immagine, un oggetto o un emozione) genera in noi una incomprensione nel comunicare con gli altri (in primo luogo) ma anche con se stessi (in secondo luogo), se non si è capaci di distinguere due sensazioni simili tra loro .

Perché dico questo? Per farvi capire che i concetti che gli altri esprimono solo legati al significato che questi gli hanno dato, e non al nostro significato. In una stanza con 10 persone, se si inizia una discussione riguardo alla “paura” , tutti porteranno concetti diversi di paura, ognuno giusto per chi lo ha espresso e sbagliato per gli altri.

Questi significati che ognuno affibbia alle sensazioni che prova vanno a comporre la “rete”, una rete che diviene un “filtro” che distorce o oscura alcune parti di ciò che vediamo, della “realtà” .  Diviene inoltre una barriera, che si posiziona tra noi e gli altri, rendendoci incapaci di comunicare, come se fossimo abitanti di mondi diversi, con lingue diverse.

E’ importante dunque ricordare che ciò che crediamo di vedere è solo una realtà “filtrata” dai nostri significati intrecciati, e che dunque non rappresenta ciò che gli altri vedono, ne ciò che gli altri dicono.

Nessuno potrà mai capirvi meglio di voi.

E con questa frase ad effetto, chiudo.

(a questo punto, se fossimo in un video, partirebbe la sigla) .

 

 

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6 pensieri su “Distorsioni da filtraggio

  1. Ci hai girato intorno con mille parole, però mi è piaciuto tanto! Mi piacciono le riflessioni che sembrano sempre rare, in un mondo in cui girano sempre cose dette e stra – dette. Bello leggere qualcosa che la mia mente non aveva ancora notato 😊. Sono frutto di tanta meditazione? Oppure fa parte di tuoi studi/lavoro? Poi anche non rispondermi, capirei, non vorrei sembrare invadente!

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    1. ahahahah no no, macché lavoro! sono solo pensieri diluiti fino a renderle riflessioni abbastanza fondate. si ci giro intorno, perché cosi posso farmi capire da più persone (con un solo esempio è più difficile), e poi sono alle prime armi. grazie mille 🙂

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